Il VANGELO DI LUCA

 

 

INTRODUZIONE

 

1. Luca e il suo vangelo

Secondo l’antica tradizione ecclesiastica, l’autore del terzo vangelo è Luca, un collaboratore serio e fidato dell’apostolo Paolo menzionato nella lettera a Filemone (v.24), in 2Tm 4,11 e nella lettera ai Colossesi dove viene chiamato “il caro medico” (4,14). Ireneo di Lione commenta: “Luca, che accompagnava Paolo, ha pubblicato in un libro il vangelo predicato da costui” (Adv. Haer, 3,1,1).

In base al suo stile linguistico e alle sue conoscenze teologiche, era una persona che conosceva benissimo la lingua greca, come la sua lingua materna. Il suo speciale interesse per questioni di escatologia individuale, nonché la sue enfasi sulle azioni profetiche di Gesù potrebbe indicare il passato pagano (non giudaico) dell’autore del vangelo. In ogni caso, egli affonda le sue radici nella cultura greco-ellenistica del mediterraneo. La forte familiarità con l’AT e la centralità della “città santa” (Gerusalemme) nella sua opera non sembrano contraddire quanto appena detto. Inoltre si può dire che faceva parte dei cosiddetti “timorati di Dio”, persone che credevano in Dio e vivevano nel mondo della lingua greca senza un contatto diretto con la sinagoga.

 

2. Il luogo e la data di composizione

Il vangelo di luca è stato scritto dopo il 70 d.C. (data della distruzione di Gerusalemme da parte di Tito). In favore di questa data parla la forma con cui Luca descrive la caduta della città (c. 21). Si pensa perciò che dovette trascorrere un certo numero di anni tra questi avvenimenti e l’ultima redazione del suo vangelo. Del resto, gli Atti degli Apostoli presuppongono già il terzo vangelo (At 1,1); e, poiché il libro degli Atti fu scritto probabilmente prime della persecuzione di Domiziano, a partire dagli anni 90 d. C., il vangelo di Luca deve essere sorto al più tardi agli inizi degli anni 80 della nostra era.

Circa il luogo della composizione, non abbiamo a nostra disposizione testimonianze ecclesiastiche. Molte indicazioni, come già detto, mostrano che l’autore conosce bene il mondo del mediterraneo. Del resto sembra conoscere poco la situazione della Palestina. Si pensa e presuppone perciò che Luca abbia scritto la sua opera fuori della Palestina, nella regione orientale del mediterraneo.

 

 

 

 

3. La composizione del vangelo di Luca

La presentazione dell’opera lucana di Gesù può trovarsi sotto l’influenza della forma letteraria chiamata “canti di lode”, con i quali i poeti dell’antichità rivelavano le buone opere delle divinità e delle grandi personalità nelle piazze e nelle strade delle città.

Questi cantici presentano la seguente struttura.

Proemio: l’oratore presenta il suo tema, giustifica le proprie intenzioni ed espone la grandezza del suo compito.

Origine e nascita.

Infanzia e gioventù. Tutto questo è poco trattato – sviluppato nell’opera di Luca.

Opera e dottrina: abbraccia la maggior parte del vangelo.

Epilogo: narrazione della morte ed invito all’imitazione.

Luca lavora con l’espediente stilistico delle “parentesi letterarie” (inclusioni). Grandi sezioni vengono tenute unite dalla menzione di determinate espressioni, parole chiave, indicazioni topografiche, geografiche o cronologiche, sia all’inizio che alla fine delle stesse. In questa maniera Luca ambienta la prima e l’ultima scena del suo vangelo nel tempio di Gerusalemme: il vangelo si apre con il sacrificio offerto da Zaccaria (1,8-9) e termina spiegando che i discepoli “stavano sempre nel tempio lodando Dio (24,53). Allo stesso modo, nel racconto dell’infanzia di Gesù (1-2) Luca utilizza il tempio come parentesi letteraria, attraverso cui affronta la prima grande unità testuale del suo vangelo: questa termina precisamente dove è iniziata, nel tempio di Gerusalemme; Gesù a dodici anni è seduto in mezzo ai maestri della Legge ascoltandoli e rivolgendo loro delle domande (2,41-52).

Luca sottolinea con chiarezza i limiti ed i confini dei diversi avvenimenti, per esempio separando l’opera di Giovanni il Battista da quella di Gesù grazie all’espediente cronologico.

Già antecedentemente alla prima apparizione pubblica di Gesù, Luca narra l’incarcerazione del Battista (3,20). Anche le indicazioni di luogo concorrono a questa differenziazione: Giovanni agisce nei pressi del fiume Giordano, mentre il risorto appare ai suoi discepoli a Gerusalemme.

In Luca Gesù e Giovanni il Battista non si incontrano mai; solo nell’episodio della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta (1,39-45).

Luca suddivida la predicazione di Gesù in tre fasi:

a)      L’opera iniziale di Gesù in Galilea (4,14-9,17).

b)      Il cammino di Gesù verso Gerusalemme (9,51-18,30).

c)      L’attività di Gesù a Gerusalemme, la sua passione, morte e risurrezione (19,28-24,49).

A quando sembra, Luca e Matteo  hanno ereditato da Marco questa divisione tripartita del materiale centrale narrativo.

Presupponendo come valida la “teoria delle due fonti”, i documenti che Luca ha utilizzato sembrano essere i seguenti: Marco ( o un “Pre-Marco”), poiché segue lo stesso ordine e sembra migliorarne il materiale narrativo utilizzato, e un’altra fonte chiamata “Q” (Quelle, in tedesco = “Fonte”), dal contenuto preminentemente discorsivo.

Alcuni raggruppano sotto il nome di “L” (= Luca), una terza fonte esclusiva di questo vangelo, che conterrebbe molto materiale che gli altri sinottici non riportano.

Non è mai stata vista una copia del documento “Q”, che è semplicemente ipotetico e che si basa sulla seguente considerazione: Lc e Mt presentano molti elementi in comune, su cui coincidono abbastanza, alle volte collimano tra loro rimanendo in disaccordo con Mc su cose accidentali. Di conseguenza, se Lc e Mt non sembrano essersi conosciuti tra loro, significa che conoscevano una fonte comune (chiamata “Q”), che spiegherebbe un accordo così pronunciato tra i due vangeli su del materiale non contenuto in Mc.

 

4. Ricerca della struttura: diversi tentativi

a. La bibbia di Gerusalemme:

- Prologo: 1,1-4

- Nascita e vita occulta di Giovanni il Battista e di Gesù: 1,5-2,52

- Preparazione al ministero di Gesù: 3,1-4,13

- Ministero di Gesù in Galilea: 4,14-9,50

- Salita a Gerusalemme: 9,51-19,27

- Ministero di Gesù a Gerusalemme: 19,28-21,38

- La passione: 22,1-23,56

- Dopo la Risurrezione: 24,1-53

b. Marxen:

- Prologo: 1,1-4

- Preistoria: 1,5-2,52

- Preparazione all’attività di Gesù: 3,1-4,13

- Attività di Gesù in Galilea: 4,14-9,50

- Gesù in cammino verso Gerusalemme: 9,51-19,28

- Gesù a Gerusalemme: 19,29-23,49

- Sepoltura, Pasqua e Ascensione: 23,50-24,53

c. Fitzmyer:

- Prologo: 1, 1-4

- Narrazione dell’infanzia: 1,5- 2,52

- Preparazione al ministero pubblico: 3,1-4,13

- Il ministero di Gesù in Galilea: 4,14-9,50

- Narrazione del viaggio a Gerusalemme: 9,51-19,27

- Il Ministero di Gesù a Gerusalemme: 19,28-21,38

- Racconto della passione: 22,1-23,56°

- Racconto della risurrezione: 23,56b-24,53

d. Marshall:

- Prefazione: 1,1-4

- Nascita e infanzia di Gesù: 1,5-2,52

- Giovanni il Battista e Gesù: 3,1-4,13

- Il ministero in Galilea: 4,14-9,50

- In cammino verso Gerusalemme: 9,51-19,10

- Passaggio di transizione: 19,11-27 (collocato a Gerico)

- Ministero a Gerusalemme: 19,11-21,38

- La passione e la risurrezione: 22,1-24,53

e. R. Dillmann

- Prologo: 1,1-4

- Doppio preludio (nascita di Giovanni il Battista: 1,5-2,52; apparizione e proclamazione di              Giovanni il Battista: 3,1-20)

- Preparazione dell’attività di Gesù e prima apparizione con potere: 3,21-4,44

- Comportamento di Gesù in Galilea: 5,1-9,17

- Riconoscimento del Messia, trasfigurazione e sequela: 9,28-50

- Gesù in cammino verso Gerusalemme: 9,51-18,34

- Conclusione del viaggio verso Gerusalemme e transizione verso gli avvenimenti di Gerusalemme: 18,35-19,27

- Attività di Gesù a Gerusalemme, passione, morte e risurrezione: 19,28-24,53

 

5. Una nuova proposta

1. Presupposti

A) E’ assai probabile che alla base della redazione dei sinottici vi sia un antico schema espresso da Mc. Bisogna considerare tale schema quando si cerca di individuare la struttura del terzo vangelo. Lo schema di base è il seguente:

a) preparazione al ministro di Gesù (cfr. Mc 1,1-13). Questa tradizione viene ereditata e sviluppata da Mt 3,1-4,11 e Lc 3,1-4,13.

b) Ministero di Gesù in Galilea (e viaggi fuori della Galilea; cfr. Mc 1,14-8,30, fino alla professione di fede di Pietro).

c) Viaggio a Gerusalemme (Mc 8,31-11,11).

Questa parte presenta una sezione preparatoria tra 8,31 e 9,50. Gesù inizia parlare di un Messia sofferente a Gerusalemme. Ciò significa che il testo indirizza il lettore verso Gerusalemme, sebbene Gesù si muova al nord. L’ultima menzione geografica è quella di Cesarea di Filippo. Successivamente Mc. Menziona “un monte alto” e dice che, camminando in Galilea, giunsero a Cafarnao (cfr. Mc 9,30.33.)

Solo Mc 10,1 ( cfr. Mt 19,1) dice espressamente che Gesù si reca nella regione della Giudea (cfr. Mc 10,32). In Mc 10,46 Gesù e i suoi discepoli giungono a Gerico: Gesù è già vicino a Gerusalemme.

In Mc 11,11 si dice espressamente che Gesù “entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betania”. Qui termina completamente il viaggio, poiché Gesù entra nel cuore della Città: il Tempio. Successivamente si ritira a Betania e, a partire da quel momento, la sua vita oscillerà tra Betania e Gerusalemme. Si potrebbe affermare che Gesù, a partire da Mc 11,12, inizia la sua vita abituale: “ Il giorno seguente…” (cfr. Lc 19,47). Da un punto di vista storico, sappiamo che Gesù non alloggiava a Gerusalemme, ma a Betania, nonostante avesse amici a Gerusalemme.

d) Attività di Gesù a Gerusalemme, passione, morte e risurrezione.

Possiamo individuare un’unità in questa parte di Luca, in quanto i sinottici (cfr. Mc 10,1 e Mt 19,1) riferiscono di un solo viaggio di Gesù a Gerusalemme anche se, a partire da Giovanni e dagli studi sulla cultura di Gesù, sappiamo che egli, come un buon giudeo, andava spesso a Gerusalemme ogni anno. Ciò significa che la struttura sinottica di un solo viaggio a Gerusalemme è artificiale, redazionale. Le attività di Gesù a Gerusalemme, comprese la morte e la risurrezione, sono prese dalle antiche tradizioni cristiane, come un’unità letteraria.

e) Lc 1-2 e Mt 1-2 hanno aggiunto a Mc una serie di tradizioni della famiglia di Gesù, che presentano un Gesù bambino con molti dati del kerigma e una catechesi sul messia.

Questi capitoli di Lc e Mt sono stati chiamati “vangeli dell’infanzia” di Gesù.

f) La conclusione dei sinottici include, infine, una serie di tradizioni sulla risurrezione, che raggruppa e redige in modo diverso (cfr. Mt 28; Mc 16,9-20; Lc 24). Basta paragonare questi testi tra loro per giungere alla conclusione che si tratta di tradizioni sulla risurrezione, che fondamentalmente condividono l’essenziale e differiscono su alcuni dettagli e punti di vista.

B) Si suppone che Lc abbia voluto dare al suo vangelo una redazione narrativa coerente. La redazione del vangelo  presuppone anzitutto che questo scritto sia fondamentalmente letteratura narrativa. Tale presupposto fondamentale ci porta ad alcune conseguenze pratiche al momento di individuare la sua struttura di base.

a) La prima è che Lc ha voluto scrivere un vero racconto, la cui storicità dipende dal genere euangelion. E’ chiaro che la preistoria dei vangeli ( e soprattutto in Mc) non si prestava ad una specie di biografia (bios nella cultura ellenica); non si tratta neppure di presentare quadri isolati, solo tematicamente legati.

La conseguenza di quanto sopra è che, una volta scoperta la struttura di Lc, ci si deve porre alcune domande sulla strategia narrativa dell’autore, individuabile da segni sintattici (nonché stilistici), semantici e pragmatici forniti dallo stesso testo.

Per es.: la solennità quasi liturgica di Lc 3,1-6 (inizio della predicazione di Giovanni il Battista) non ci parla dell’inizio di una nuova parte del vangelo di Lc? L’allusione diretta di Lc 9,51 a una salita a Gerusalemme che terminerà con la morte, potrebbe essere intesa come l’annuncio di due temi che saranno sviluppati narrativamente: la salita di Gesù a Gerusalemme e l’attività finale di Gesù nella città santa.

b) Se si prende sul serio l’aspetto narrativo del vangelo di Lc, allora il “Viaggio a Gerusalemme” va fissato tra 9,51 e 19,46.

C’è chi fa iniziare questa parte in 8,31, dopo la confessione di Pietro. Di fatto in Mc con la confessione di Pietro si apre una nuova parte che inizia a parlare del Messia sofferente: si inizia a parlare della morte del Messia a Gerusalemme, vengono i tre annunci della passione ecc.

In Lc però è diverso. In Lc, così come in Mc, la tematica inizia ad indirizzarsi verso Gerusalemme, evento raccontato tra 9,51 e 14,46. Si può perciò considerare come sezione preparatoria o di transizione la parte che va da 8,31 a 9,50. In questa sezione Gesù inizia a parlare di un Messia sofferente a Gerusalemme. Come è stato detto, il testo indirizza il lettore verso Gerusalemme, anche se, sulla base della geografia del testo, Gesù si muove ancora a nord.

L’ultima menzione geografica è quella di Cesarea di Filippo. In seguito Mc. menziona “un monte alto” e dice che attraversarono la Galilea e giunsero a Cafarnao (cfr. Mc 9,30.33).

Altri studi sul vangelo fanno terminare il viaggio in 19,27 o 19,28 (“Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme”).

C’è da dire che la sequenza narrativa del testo non si ferma né in 19,27 né in 19,28. Le indicazioni del movimento verso Gerusalemme e quelle topografiche sono determinanti:

-         Verso Gerusalemme: 9,51; 13,22; 17,11; 19,28

-         Si avvicina a Gerico: 18,35

-         Entra a Gerico: 19,1

-         Si appressano a Betfage e Betania: 19,29

-         Si avvicinano a Gerusalemme: 19,11.29.41

-         Gesù entra nel tempio e ne caccia i venditori:19,45-46

Bisogna notare che in 19,29 Gesù non è ancora entrato in Gerusalemme: perché allora farvi terminare  il suo viaggio a Gerusalemme annunciato in 9,51? In 19,41 dice: “ Quando fu vicino, alla vista della città”: non è ancora entrato in città; in suo viaggio non si è ancora concluso. Curiosamente però il testo non dice espressamente in quale momento Gesù entra in città; dice solo che “entrato poi nel tempio, cominciò a cacciare i venditori”.

Ciò significa che il testo offre segnali circa le sue intenzioni: nella città è importante il tempio, con cui Gesù ha molto a che vedere e a che fare; il suo confronto con il tempio è il confronto tra due concezioni diverse del tempio e di Dio, suo Padre.

D’altro canto, il testo indica in 19,47 che il viaggio si è concluso.

2. Conclusione

In base a quanto detto sopra, si può proporre la seguente struttura:

  1. Prologo: 1,1-4
  2. Narrazione dell’infanzia: 1,5-2,52
  3. Preparazione al ministero pubblico: 3,1-4,13
  4. Ministero di Gesù in Gelilea ( e vicinanze): 4,14-9,50
  5. Salita a Gerusalemme: 9,51-19,46
  6. Attività finale di Gesù a Gerusalemme: 19,47-23,56
  7. Narrazione della risurrezione: 23,56b-24-53   

     

6. Punti fondamentali della teologia di Luca

 

La preghiera

All’inizio del suo vangelo, Lc porta i lettori nel tempio di Gerusalemme, luogo di preghiera. Come Israele si raduna nel tempio per la preghiera, così fa anche il nuovo popolo di Dio.

Anche Gesù si colloca all’interno di questa tradizione: visita la sinagoga e prende parte alle feste religiose di Israele. La preghiera lo accompagna nella sua attività: Lc 3,21 (durante il battesimo); 5,16 (si ritirava a pregare); 6,12 (prima di scegliere i Dodici); 11,1 (pregava in un luogo); 23,34 (prega per i suoi carnefici); 23,46 (muore pregando); 24,30 (prega con i Discepoli).

Gesù insegna a pregare: 11,2-13 (Pater…); 18,1-14 (la necessità della preghiera). Dalla preghiera si trae la forza per vivere. La preghiera è il centro della vota di Gesù e dei suoi discepoli, nonché della comunità cristiana.

 

Agire con la forza dello Spirito

Nella presentazione che Lc fa della persona e opera di Gesù, esiste la convinzione che in Lui agiscano lo Spirito e la Forza di Dio. 1,35 (concepito per opera dello Spirito Santo); 3,22 (nel battesimo riceve lo Spirito); 4,1 (con la forza dello Spirito va nel deserto e predica in Galilea ); 4,18-19 (Agisce e si muove con e nello Spirito).

 

Il regno di Dio nell’opera di Gesù

Nelle narrazioni del vangelo lucano Gesù prende le parti dei poveri, degli oppressi e dei socialmente deboli. In questa attività diviene operante il regno o la signoria di Dio. Perciò, quando incontra Gesù, la gente sperimenta cosa significa il regno di Dio e come questo cambia la loro vita. Così, tutta l’opera di Gesù diventa l’annuncio del regno di Dio.

La buona notizia è il regno di Dio. Con questo termine Lc a volte designa la realtà divina che agisce sulla terra, senso abituale in Mt (Mt 13, con i paralleli in Lc 8,11-15; 13,18-21).

A volte anche si Lc riferisce al regno escatologico, o dell’aldilà, che condiziona il nostro comportamento di qua ed esige la nostra fede ( 13,27-29; 14,15; 19,11; 22,16-18).

Se il regno è presente sulla terra, (17,21), lo è nella persona del Figlio dell’Uomo (17,22); in questo modo si spiegherebbe come, nonostante il Regno debba ancora venire(11,2), in un certo qual modo è già arrivato a noi (10,9.11; 11,20)

 

Povertà materiale ed economica

Quella della povertà è una questione centrale e fondamentale nel vangelo di Lc. Espressioni programmatiche le troviamo in: 6,20-21 (le beatitudini); 7,22 (risposta ai messi del Battista). Altre aspetti sono presenti in: 2,1-14; 4,18-19 (destinatari privilegiati del messaggio di salvezza); 12,13-21 (il ricco stolto); 16,19-31 ( il ricco ingordo e Lazzaro). Per Lc i poveri ed i bisognosi sono i beneficiari del regno di Dio; non perché lo meritino, ma per la volontà e misericordia di Dio, che vuole mostrarsi come loro vero re, secondo le concezioni dell’antico Vicino Oriente, dove il monarca ideale era colui che proteggeva il povero, l’orfano e la vedova. Il ricco veramente buono decide di condividere i propri beni. E’ il caso di Zaccheo (19,1-10).

 

Isolamento culturale e politico

Lc conosce anche un’altra forma di povertà, quella che nasce dalle caratteristiche e dai processi culturali di quell’epoca. Una parte di questi poveri sono i pubblicani ed i peccatori, nonché le donne e i bambini. La loro povertà può non essere materiale. Di Zaccheo, si dice che aveva una considerevole fortuna (19,8). Gesù era sostenuto da donne economicamente facoltose (8,3).

La loro povertà consisteva piuttosto nel fatto che, da un punto di vista socio-religioso, essi non avevano un loro posto, o lo avevano molto in basso, nella gerarchia della società antica. Gesù si avvicina e mangia e beve con loro (5,27-32; 19,1-10).

Lc svela l’interesse di Gesù per i bambini: (cfr. 9,47-48; 18,16.17).

 

Essere discepoli di Gesù

Seguire Gesù non significa soltanto abbandonare tutto, ma include un camminare a fianco di Gesù.

Questo “camminare” di Gesù termina Gerusalemme (come è stato detto). A ciò va però unito intimamente l’invito a seguirlo (9,23). Lc negli Atti indicherà come la comunità cristiana viveva questo cammino della sequela in solidarietà con i poveri e gli esclusi.

 

Luca, il vangelo della gioia

Le espressioni “gioia”,  “giubilo”,  “rallegrarsi”, “felicità”, “pace” sono molto frequenti nel terzo vangelo che non in Mt e Mc. Gesù, in Lc, e i discepoli sono uomini di goia e di pace. La goia è presente in: 1,14.44.58 (nascita di Giovanni il Battista); 1,28 (annunciazione); 1,41.44 (visitazione); 2,10 (annuncio ai pastori); 10,21 (gioia di Gesù); 19,6 (gioia di Zaccheo); 24,41 (a Emmaus); 24,52 (dopo l’assunzione o l’ascensione). Si possono aggiungere i passi di beatitudine e gioia.

 

La morte di Gesù, fine e principio

L’opera terrena di Gesù termina con la sua morte in croce. La sua sofferenza e la sua morte corrispondono al piano divino di salvezza, come viene formulato nella Scrittura: “non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (24,26).

Nella misura in cui gli apostoli, abilitati a ciò dalla forza dello Spirito, diffondono e predicano il messaggio del vangelo, Gerusalemme diventa il punto di partenza della salvezza per tutti gli uomini. Il regno di Dio è iniziato con l’opera di Gesù.

La predicazione del vangelo non è semplicemente la diffusione e lo sviluppo di una dottrina, ma fondamento e proposta per l’impegno cristiano.        

 

 

 

COMMENTO

 

Prologo (1,1-4)

In questo prologo, dal vocabolario scelto e dallo stile assai curato, Lc si comporta  come uno storico dell’epoca ellenica. Troviamo in esso (prologo) il proposito del suo vangelo.

Le parti sono le seguenti:

a)      I tentativi precedenti (vv.1-2); b) il lavoro di Lc (v. 3); c) la finalità del suo vangelo (v. 4)

V. 1. Già prima di Lc molti avevano tentato di raccontare alcuni fatti della vita, passione, morte e risurrezione del Signore Gesù. Ora egli riprende e reinterpreta queste narrazioni, con la finalità di esporle ordinatamente per i suoi lettori. Molti espressione enfatica; in realtà si tratta di alcuni. Negli avvenimenti narrati si realizzano le promesse dell’AT.

V. 2.  Lc conosce il materiale precedente e forse è venuto a contatto con le persone che hanno vissuto e convissuto con Gesù e che ora sono “ministri della Parola”.

Inoltre, ha accuratamente  indagato le tradizioni della chiesa primitiva. I predicatori sono chiamati “testimoni oculari” e “ministri”.

V. 3. Il materiale è perfettamente ordinato secondo un precisa finalità. Emerge  qui la competenza, la padronanza e la fedeltà dell’evangelista nella redazione del vangelo. Il suo obiettivo è quello di comunicare la salvezza a tutti coloro che ricevono la Parola con fede.

TEOFILO: il modello dei lettori che Lc spera di trovare.

V. 4.  Teolfilo è gia stato catechizzato e conosce bene gli insegnamenti. Ora ha bisogno di ricevere gli stessi precetti con maggior solidità e fermezza per crescere nella fede.

Rendersi conto = accettarli e viverli.

Il vangelo di Lc non è soltanto una proclamazione gioiosa della fede in Cristo Gesù; ma è anche una catechesi ovvero un’istruzione più sistematica della fede, che il lettore ha già ricevuto e che deve diventare operante nell’amore.

Riassumendo… a) Gli avvenimenti e gli insegnamenti della vita di Gesù ci vengono trasmessi dalla tradizione della comunità cristiana, la chiesa di Gesù. b) Lc esprime l’attenzione con cui ha indagato la rivelazione di Dio e la sua preoccupazione nel trasmetterla fedelmente. c) la finalità espressa dall’evangelista ci indica il modo in cui dobbiamo leggere la sua opera: non come mero reportage storico di un fatto passato, ma come una catechesi che aiuta a crescere nella fede.

 

 

 

 

Annuncio della nascita di Giovanni il Battista (1,5-25)

Questo brano del vangelo è costruito in modo concentrico. Ecco uno schema.

Nella prima parte (vv. 5-7) gli avvenimenti vengono collocati nel tempo e si procede con la presentazione dei personaggi, Zaccaria ed  Elisabetta.

Nella seconda parte (vv. 8-10) l’evangelista Lc descrive il quadro liturgico che fa da sfondo all’azione sacerdotale di Zaccaria.

La terza parte (vv. 11-20) costituisce il centro della struttura ed è caratterizzata dal dialogo, che avviene all’interno del tempio: l’apparizione dell’angelo suscita il timore di Zaccaria (vv. 11-12) e in seguito il dialogo racconta la nascita di Giovanni il Battista (vv. 13-17), il dubbio di Zaccaria (v. 18)  il segno che conferma il carattere divino dell’apparizione (vv. 19-20).

La quarta parte è parallela alla seconda: Zaccaria va incontro al popolo e poi torna a casa sua (vv. 21-23).

La quinta parte riferisce del concepimento di Giovanni il Battista, che pone la parola fine alla grande umiliazione di Elisabetta e Zaccaria (vv. 24-25).

V. 5. Eroda il Grande proveniva da una famiglia Idumea e fu re di Giudea dal 37 al 4 a.C. Il suo regno comprendeva la regioni della Giudea, Samaria, Idumea, Galilea, Perea e Gaulanitide, l’attuale Golan. Zaccaria ( Jhwh ha ricordato), apparteneva alla classe sacerdotale di Abia, che contava su 800 sacerdoti. Il sacerdozio del tempio di Gerusalemme era diviso in 24 classi. I sacerdoti di ogni casta dovevano officiare due volte all’anno nel tempio. La classe di Abia era l’ottava. Ogni classe svolgeva il proprio servizio per una settimana (cfr.1Cr 24,19; 2 Cr 23,8).

Vv. 6-7. Elisabetta e Zaccaria sono descritti come Israeliti giusti e caritatevoli, che vivevano in pieno accordo con la Torà e mantenevano viva  la speranza secondo cui Dio avrebbe tenuto fede alle promesse fatte al popolo di Israele. Non avevano però figli, perché Elisabetta era sterile ed entrambi erano già anziani. Elisabetta pertanto fa parte di quella schiera di donne sterili a cui Dio apre il seno materno(Gn 29-31), che in precedenza aveva chiuso (1Sam 1,5): Sara, la madre di Isacco (Gn 17,17); Rachele, la madre di Giuseppe e Beniamino (Gn 30,22; 35,16); la donna di Manoach, madre di Sansone (Gdc 13,2); Anna, la madre di Samuele (1 Sam 1,2.5).

Vv. 8-20.  A differenza dei sacrifici, che venivano offerti sull’altare collocato al di fuori dell’edificio del tempio, l’offerta dell’incenso avveniva all’interno del santuario.

Soltanto il sacerdote entrava nel recinto sacro, mentre il popolo rimaneva all’esterno. Per la presentazione e composizione di questa scena Lc ricorre a due generi letterari conosciuti nell’AT: l’annuncio della nascita di un bambino (Gn 16,7-12; 17,15-19) e i racconti di vocazione (cfr. Es 3,10-12; Ger 1,1-4). In Lc 1,11-20 questi due schemi sono intimamente legati, per cui l’annuncio della nascita è il primo passo verso il racconto di vocazione. L’apparizione dell’angelo segue lo stile delle apparizioni dell’AT. Gli angeli sono messaggeri di Dio e comunicano la sua volontà e le sue decisioni. “L’angelo del Signore”: nell’AT, questa frase è spesso un’espressione che serva ad indicare la presenza di Dio. In questo caso l’angelo identifica se stesso come Gabriele (v. 19), l’angelo che aveva preannunciato le settanta settimane di anni, le lotte escatologiche finali e la consacrazione messianica del Santo dei santi (Dn 9). Gli esseri umani sono colti dal timore quando vedono il Divino: (cfr. Gn 28,17; Es 3,6; 20,18; Is 6; Ez 1), e Zaccaria, al pari di Daniele, si sentì intimorito dall’apparizione di Gabriele (Dn 10,7.12). Questo timore non è sinonimo di paura, ma esprime la convinzione che l’uomo non può sopportare la magnificenza di Dio. E’ un modo biblico che sottolinea la trascendenza di Dio; ovvero, Dio non è come gli uomini; come dice san Paolo, soltanto nella vita eterna lo vedremo “a faccia a faccia” ( 1Cor 13,12).

Nelle teofanie e nelle altre manifestazioni del divino, la frase “Non Temere” è la parola consolante che Dio o il messaggero celeste rivolge agli esseri umani (cfr. Gn 15,1) e spesso prepara una grande azione redentrice di Dio (Gn 15,1; Gs 1,9; Is 41,14). Il nome di Giovanni significa: “Jhwh è misericordioso). Normalmente era il padre ad imporre il nome al figlio. I capp. 1-2 sono pervasi da un’atmosfera di gioia. La gioia e la felicità prendono possesso di chi sperimenta la vicinanza di Dio. Gioia e felicità sono poi segni dell’era messianica: Sal 96,11-12; 97,1.8; 126,1.5-6; Is 12,6; 25,9.  

Vv. 15-17. In questi versetti si descrive la figura di Giovanni il Battista e la sua opera.

V. 15. Giovanni viene presentato con tre caratteristiche. a) Egli “sarà grande davanti al Signore”.  In tal modo viene descritta la sua opera di profeta. b) non berrà vini né bevande inebrianti”. Queste parole si ispirano a vari testi dell’AT, in modo particolare allo statuto del nazir, o persona dedicata completamente a Dio (cfr. Nm 6,1-3). Ciò significa che per Lc l’opera di Giovanni è interamente indirizzata  al servizio di Dio. c) “Sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” . In Lc questa espressione indica il dono della profezia che lo fa parlare in modo ispirato: 1,41.67; At 2,4.8.31; 7,55; 9,17; 13,9. Tale dono si manifesterà in Giovanni dal seno di sua madre con un profetico salto di gioia (1,44). I profeti hanno ricevuto lo Spirito di Dio al momento della loro vocazione. Giovanni lo riceve sin dal ventre materno. Egli è profeta sin dal principio, come Geremia (cfr. Ger 1,5). Il testo dice anche che “camminerà innanzi” al Signore suo Dio, cioè Gesù Cristo, che in Lc viene considerato Figlio di Dio.

Vv. 16-17. Poi l’opera di Giovanni viene descritta collegandola al profeta Malachia. Ciò si può riscontrare confrontando i testi. Si tratta di Ml 3,23-24 parr. Lc 1,16-17. Secondo Malachia, il ritorno di Elia dovrebbe precedere e preparare l’era messianica. Giovanni il Battista sarà “l’Elia che deve venire” (cfr. Mt 17,10-13; Lc 9,30).

Nell’interpretazione dei vangeli, Giovanni è Elia che doveva venire (cfr. Mt 17,10-13; Lc 9,30). La sua opera si basa sulle tradizioni profetiche di Israele e le porta a compimento.

V. 18. L’obiezione di Zaccaria corrisponde formalmente allo schema di alcuni racconti di vocazione nell’AT. “Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni”. In modo simile Mosè provò ad eludere la sua missione, con il pretesto di non saper parlare in pubblico (cfr. Es 4,10).

V. 19. Soltanto in questo momento l’angelo rivela la propria identità. Gabriele significa “Uomo Forte”. Appare nel libro di Daniele (8,15-16; 9,31). Nella letteratura apocalittica viene chiamato “Arcangelo”. E’ menzionato insieme a Michele (Dn 10,13; 12,1) e Raffaele (Tb 3,17) nell’AT.

La letteratura apocrifica menziona anche Suriele, Uriele, Panuele e Barachiele. Sono i sette angeli che si trovano alla presenza di Dio (cfr, Tb 12,15; Ap 8,2; Enoch, 20). L’angelo annuncia a Zaccaria la buona notizia (euangelisasthai). Questo è il verbo preferito da Lc: 10 volte nel suo vangelo, 15 in Atti, la maggior parte delle volte a proposito della buona notizia o “vangelo” del Regno (cfr. Is 61,1; At 5,42; Gal 1,16).

Vv. 20-21.  Come nel caso di Zaccaria, Daniele rimase muto, ma gli venne in seguito restituita la parola (Dn 10,15-16). Il mutismo di Zaccaria è conseguenza della sua mancanza di fede e segno che si tratta di azioni soprannaturali. Per Zaccaria, questo segno comporta allo stesso tempo l’opportunità di aprirsi all’attività di Dio, a dispetto dei propri dubbi (cfr. Lc 1,63-64).

Anche Maria chiede un segno che le verrà dato, Ella però è una donna piena di fede, che sta chiedendo un segno per sapere come deve accadere e non per sapere se accadrà o meno.

Le parole dell’arcangelo si avverarono: uscendo, il sacerdote doveva impartire la benedizione al popolo con le parole di Aronne in Nm 6,24-26. Zaccaria però non può parlare e così non riesce a pronunciare la consueta benedizione. Elisabetta concepisce un figlio e per cinque mesi vive lontana dalla gente. Questo dettaglio dà a intendere che Maria è la prima ad ammirare la meravigliosa gravidanza della cugina (cfr. Lc 1,31. 39-40). Elisabetta ringrazia Dio per la sua gravidanza che la libera dall’umiliazione agli occhi della gente, poiché a quei tempi non avere figli era una vera disgrazia e un disonore per la donna (si vedano per esempio, Gn 29,31-30,24 la storia di Lia e Rachele, e in 1Sam 1, 1-18 la storia di Anna, la madre di Samuele).

Riassumendo osserviamo che: La prima grande scena del vangelo Lc mostra come Dio si avvicina alle persone umili e semplici, che non hanno prestigio né figurano tra i grandi.

Queste persone sono i primi testimoni della nuova iniziativa di Dio, che porta avanti il suo piano di salvezza su strade inattese. Nonostante Elisabetta e Zaccaria, per via della loro età avanzata, sembrassero essersi lasciati la loro vita alle spalle, riescono a darle un senso nuovo con il concepimento di Giovanni il Battista, che “gli (al Messia) camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli”.

 

L’Annunciazione (1, 26-38)

Il racconto dell’annunciazione a Maria consta di un’introduzione (vv. 26-27), un dialogo (vv. 28-38a) e una conclusione (v. 38b). Il dialogo, a sua volta,  contiene il saluto e la reazione di Maria (vv. 28-29), un annuncio, il chiarimento (vv. 30-38) e la risposta finale di Maria (vv. 37-38a).

V. 26. “Nel sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio…” Il nome Gabriele è stato tradotto”Colui che assiste davanti a Dio”, oppure “Fortezza di Dio”. E’ uno degli angeli “principali” del Signore. Nazareth era un paese insignificante. Natanaele dirà di esso: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46). In Galilea vi erano molti pagani. Da quelle parti passava la “Via Maris”, una strada importante che andava dalla Mesopotamia all’Egitto, ed era sempre piena di commercianti con le loro carovane di dromedari e cammelli. Questa regione è significativa per Lc: il vangelo destinato alla Galilea, una terra frequentata da pagani, e ciò significa che è destinato ad essere ascoltato da persone di ogni tipo.

V. 27. Gabriele è inviato ad una vergine sposata, ovvero impegnata giuridicamente, ma che non aveva ancora convissuto con il proprio sposo. Gli sponsali venivano celebrati un anno prima delle nozze e stabilivano un impegno formale. I promessi sposi non vivevano insieme fino all’anno successivo, ma gli sponsali comportavano vari obblighi. La donna doveva essere fedele al futuro marito e un’infedeltà era considerata alla stregua di un adulterio. Qualora invece i due promessi sposi avessero avuto un figlio, il nascituro veniva considerato legittimo. Il marito della vergine (parthenos) era Giuseppe, un uomo della “casa di Davide”, ovvero appartenente alla famiglia del re Davide. Questo dato è importante per Lc, perché Dio aveva promesso a Davide, tramite il profeta Natan, che la sua discendenza avrebbe regnato per sempre in Israele (2Sam 7,1-17).

Al nome di “Maria” sono stati attribuiti almeno sette significati diversi. Probabilmente è lo stesso di quello della sorella di Mosè, che si chiamava Miriam. Etimologicamente proviene dalla radice “Mar” e “Mari”, che significa “signora”. Mariam è l’abbreviazione di Mariane o Mariamme, nomi comuni al tempo degli Asmonei, due secoli prima di Cristo.

Vv. 28-29. Udito il saluto dell’angelo (Chaire, kecharitomene: “Ti saluto, o piena di grazia”), Maria si turbò. Questo saluto è un invito all’esultanza messianica, eco dell’invito rivolto dai profeti alla Figlia di Sion a motivo della venuta di Dio tra il suo popolo (cfr. Is 12,6; Sof 3,14.15; Gl 2,21.27; Zc 2,14;9,9). In ebraico normalmente ci si salutava con “salom” (Pace <<a te>>), e in greco con Charis (grazia o favore, da parte di Dio). Qui invece il saluto è: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. E’ chiaro che si tratta di un saluto fuori dalla norma e per questo motivo Maria rimase sconcertata.

Vv. 29-34. Maria si rese conto do trovarsi al cospetto del divino e i giudei sapevano che non era possibile vedere Dio o una sua manifestazione senza correre pericolo di morte.                             Perciò l’angelo le dice: “Non temere”, e subito dopo aggiunge: “perché hai trovato grazia presso Dio; ecco concepirai un figlio, o darai alla luce e lo chiamerai Gesù”. E qui entriamo di nuovo nel campo del simbolismo biblico. Ye hosua’ (Gesù) significa “Yhwh salva”. La persona di Gesù, la sua presenza tra noi, significa salvezza per il mondo.

“Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre; e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Queste parole sono piene di allusioni all’AT, soprattutto a 2Sam 7,1-17 e Is 9,5-6. Si riferiscono alla profezia di Natan, quella che annunciò a Davide che i suoi discendenti avrebbero regnato sul trono di Giuda per sempre. Allora Maria domanda: “Come è possibile? Non conosco uomo” (v.34). Era questo un eufemismo o circonlocuzione per dire: “Non convivo con un uomo con cui sono sposata e con il quale io posso concepire un figlio”. Molti hanno pensato che Maria avesse fatto voto di verginità per tutta la vita, e ciò spiegherebbe la sua grande angoscia per non sapere come si è compiuto questo annuncio.

Il fatto del voto non è sicuro; si può però affermare che ai tempi di Maria la vita da celibi, almeno in alcuni gruppi del giudaismo, veniva apprezzata. Vi erano persone che conducevano una vita da celibe, come gli Esseni di Qumran, che vissero una specie di vita monastica a sud di Israele, tra il 200 a. C. e il 70 d. C. Anche Giovanni il Battista, Paolo e lo stesso Gesù erano celibi; ciò significa che la verginità iniziava ad essere valutata come una forma di dedizione a Dio e come segno di servizio al fratello. Maria nelle parole dell’angelo vede una difficoltà permanente e perciò chiede come può essere possibile.

Vv. 35-36. La risposta dell’angelo evoca la nube luminosa, segno della presenza di Yhwh (come Es 13,22; 19,16), o le ali dell’uccello che simboleggiano il potere protettore (Sal 17,8.52; 140,8) e creatore (Gn 1,2; parr. Lc 9,34). Nella concezione verginale di Gesù tutto si compie grazie al potere dello Spirito Santo. Come esempio inconfutabile di tale potere dello Spirito viene menzionato il caso di Elisabetta.

Vv. 37-38. Allora Maria si consegna totalmente alla volontà di Dio: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Alcuni Padri della chiesa hanno accostato questo fiat di Maria al fiat lux della creazione nel racconto della Genesi. La sottomissione alla volontà di Dio è un dato definitivo di appartenenza al Regno di Dio (cfr. Eb 10; Mc 14,32-42).

Riassumendo possiamo osservare che: a) Con questo racconto Lc ci ricorda l’umile origine del Messia (Nazareth, un villaggio insignificante), per mostrarci il modo in cui agisce Dio: egli ci libera dal peccato con mezzi sproporzionati. b) La Galilea, ai tempi di Gesù, era sempre piena di pagani. Egli ha scelto per la sua predicazione un luogo da cui passava gente da tutto il mondo allora conosciuto. Questa decisione fa pensare alla strategia pastorale di Gesù: il vangelo è destinato a tutti; la chiesa è missionaria per natura. c) “L’angelo Gabriele fu mandato…a una vergine… la vergine si chiamava Maria”. La verginità è uno stato di vita molto poco apprezzato nelle nostre culture e subculture moderne. La verginità però è un carisma o dono di Dio, che favorisce il dono di sé agli altri: quello di qualcuno che non si sposa per servirli meglio. d) Maria è “piena di grazia” (in greco, kecharitomene). L’essere piena di grazia fa parte della grandezza di Maria, destinata ad essere Madre di Dio (in greco, Theotokos). e) Lc presenta Maria come modello di chi si consegna: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Chi potrebbe ripetere dal profondo dell’anima e con totale sincerità queste parole? f) Il Messia appartiene alla famiglia di Davide, alla tribù di Giuda, al popolo di Israele. Non prende su di sé la condizione umana in generale, ma si incarna in una cultura.

E’ dunque necessario penetrare in quella cultura per comprendere il messaggio che Dio, in questa tappa decisiva della storia della salvezza (cfr Eb 1,1-2), ci manda attraverso il “suo santo Servo Gesù” (At 4,30).

La Visita di Maria a Elisabetta (1, 39-56)

Questo racconto funge da cornice al Magnificat, che sembra costituire il centro della pericope. Il testo presenta un’introduzione narrativa (vv. 39-51), una specie di dialogo che fa cornice al Magnificat (vv. 42-55), e una conclusione narrativa (v. 56). Nel Magnificat si possono distinguere tre parti: a) Un’espressione di gratitudine e lode da parte di Maria, piena di riconoscenza per le grandi meraviglie che Dio ha compiuto in Lei (vv. 46-50). b) poi Maria riconosce l’azione provvidenziale di Dio nel mondo e loda il piano divino di salvezza sul popolo di Israele (vv.51-53). c) Infine, si fa notare come nella nascita del Messia e di Giovanni il Battista si stanno compiendo gli annunci profetici dell’AT (vv. 54-55).

Vv. 39-41. Maria visita la sua parente per congratularsi con lei e assisterla nella sua gravidanza. Oggi la “città di Giuda” viene identificata con Ain Karim, 6 km a ovest di Gerusalemme. Maria “raggiunse in fretta”: la frase greca (meta spoudes) suggerisce l’idea di “sollecitudine”. “Il bambino le sussultò nel grembo”: Elisabetta interpreta questo sussulto come un sussulto di gioia (cfr. in Gn 25,22 il caso simile dei gemelli di Rebecca). Alcuni vi vedono un’allusione ai sussulti di esultanza dei poveri, nei tempi messianici (Is 35,6; Sal 114,6; Mal 3,20).

Vv. 42-45. “A gran voce”: questa espressione allude alla pienezza messianica (1Cr 16,4-5; Sal 66,1; Is 40,9) ed è un aspetto caratteristico della cultura del tempo esprimere i sentimenti ad alta voce (cfr. Lc 1,45; 11,27; 23,29). “Benedetta tu”: questa espressione di Elisabetta evoca numerosi testi dell’AT: la lode di Debora a Giaele (Gdc 5,24), le acclamazioni del popolo a Giuditta (Gdt 13,18) e le benedizioni di Dt 7,12-14. “Benedetta tu tra le donne” è una specie di superlativo: “Tu sei la più benedetta di tutte le donne e benedetto è il frutto del tuo grembo”. Elisabetta si considera indegna di essere visitata dalla “Madre del suo Signore”. “Signore” è il titolo divino di Gesù risorto (At 2,36; Fil 2,11), che Lc attribuisce a Gesù durante la sua vita terrena più frequentemente che Mt e Mc (cfr. Lc 7,13; 10,1.39.41; 11,39). Nel dialogo di congratulazione tra le due donne, Elisabetta definisce “beata” Maria: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Si tratta di una beatitudine, ispirata all’antico genere letterario dei macarismi (dal greco makarios , che significa fortunato, felice; cfr., per es. Mt 5,3: “Beati i poveri in spirito”.)

Vv. 46-50. Il cantico di ringraziamento di Maria, spesso chiamato Magnificat (cfr. La traduzione Vulgata), riunisce numerose espressioni prese dall’AT ed esprime una profonda emozione. Si ispira parzialmente al cantico di Anna (1Sam 2,1.10) e a molti altri passi dell’AT. In esso predominano due grandi temi: a) I poveri e gli umili soccorsi a danno dei ricchi e dei potenti (Sof 2,3; Mt 5,3). b) Israele oggetto del favore di Dio (cfr. Dt 7,6), in virtù della promessa fatta ad Abramo (cfr. Gn 15,1; 17,1). In questo modo Lc ci ha fatto conoscere la spiritualità di Maria, che coincide per molti aspetti con quella dei “poveri di Jhwh”.

Lc aveva già presentato Maria come serva di Dio (1,38). Ora, nella prima parte del Magnificat, esalta i frutti della sua fede e della sua umile sottomissione al Dio misericordioso: “Ha guardato l’umiltà della sua serva” (v. 48). Ci sono evocazioni profetiche o escatologiche, rafforzate dalle allusioni all’AT, come Mal 3,12; Zc 3,17; Sal 111,9. Il miracolo che Dio ha operato in Maria, fecondando la sua verginità, è una cosa che riempie tutti di speranza. Dio appare come l’Onnipotente, ma esercita il suo potere soprattutto aiutando i bisognosi e gli umili. I superbi restano fuori dai piani di Dio.

Vv. 51-53. La seconda parte insiste sui grandi cambiamenti della storia della salvezza. Il bisognoso sarà salvato; il cieco riceverà da Dio la luce, come ha cantato tante volte il secondo Isaia (Is 40,29-31; 41,8-10.17-20; 42,7; 57,15; 61,1-3). Qui si sussegue una serie di verbi, che manifestano il modo in cui Dio è solito agire; ha sempre fatto e continuerà a fare le cose a modo suo. Si tratta di una specie di teologia della pedagogia di Dio: Egli salva che vuole, redime il bisognoso, perché egli si vuole manifestare come re protettore, non perché l’uomo lo meriti. “Il suo braccio” significa “la sua forza”. Questa espressione rimanda alla sfumatura della redenzione veterotestamentaria ottenuta con la lotta (Es 6,6; Dt  4,34; Ger 27,5; Is 40,10; 51,9).

Vv. 54-55. La conclusione riunisce le idee del Magnificat sotto la teologia del Servo di Jhwh, di cui si parla nel secondo Isaia (Is 42,1-4; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12). Gesù applicò a sé questa teologia (Lc 3,22; 5,35; 9,22; cfr. 4,16-30), e la chiesa primitiva fece la propria riflessione su di lui in questi stessi termini (At 3,13).

V. 56. “Maria rimase con lei circa tre mesi”. C’è chi vede in questi tre mesi un’allusione al tempo durante la quale l’arca rimase a casa di Obed-Edom (2Sam 6,11). Maria probabilmente rimase insieme a Elisabetta fino alla nascita e circoncisione di Giovanni. Dal punto di vista stilistico Lc nel suo racconto esaurisce un argomento prima di passare a un altro (cfr. 1,64.67; 3,19.20; 8,37.38).

Riassumendo e concludendo: L’aiuto offerto a sua cugina Elisabetta trasforma Maria in modello d’azione. Elisabetta, da parte sua, insegna al lettore ad ammirare e mostrare riconoscenza di fronte alla misericordiosa e amichevole presenza di Dio nella nostra vita: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”. In Maria ella scopre anche quale deve essere la risposta alla Parola di Dio: “Beata tu che hai creduto!”. Per il lettore il Magnificat dovrebbe essere un cammino quotidiano di preghiera, colma di riconoscenza e ammirazione.

 

Nascita e circoncisione di Giovanni il Battista (1,57-80)

Questo racconto presenta le seguenti parti: a) La nascita di Giovanni (vv.57-58); b) la circoncisione e il nome del neonato (vv. 59-66); c) il canto del Benedictus (vv. 67-79); d) l’infanzia di Giovanni (v. 80). Il Benedictus a sua volta è così formato: 1. introduzione (v. 67); 2. invito alla lode e sua giustificazione (vv. 68-75); 3. predicazione poetica del futuro di Giovanni: Egli sarà il precursore del Messia (vv. 76-79).

Vv. 57-59.  “La sua Misericordia”: nella bibbia l’onnipotenza di Dio si rivela nella sua misericordia (cf. Gn 19,19). La circoncisione consisteva nel taglio del prepuzio al bambino e veniva effettuata l’ottavo giorno. Era un rito attraverso il quale un Giudeo si incorporava al popolo di Israele e poteva essere praticata da ogni persona, uomo o donna, all’interno della casa. La celebrazione del rito dispensava dal riposo sabbatico. All’epoca di Gesù si dava il nome al bambino il giorno della circoncisione. Nell’Israele del post-esilio la circoncisione divenne un atto di estrema importanza, diventando un segno di identità per gli Israeliti.

Vv. 60-63.  Dare a un bambino il nome del padre era un’usanza seriore in Israele. Era più frequente dargli il nome del nonno. Forse per via dell’età avanzata di Zaccaria volevano chiamarlo con lo stesso nome del padre. Sua madre però insiste nel volerlo chiamare Giovanni, a dispetto delle obiezioni dei presenti. Alla fine interviene Zaccaria e il bambino riceve in nome simbolico di Giovanni (Jhwh salva). La sordità e il mutismo erano soliti andare insieme, e lo stesso termine greco kophos può significare sia sordo (7,22) che muto (11,14).

Vv. 64-65. “Benedicendo Dio”: queste benedizioni sono caratteristiche della pietà di Israele. Il Benedictus (vv. 68-79) esprime innicamente la gratitudine che suscita in Zaccaria un dono così straordinario di Dio. “Il timore” che colpì tutti è il riconoscimento di essere davanti a un intervento speciale di Dio, davanti a un kairos o tempo di salvezza. La domanda del popolo al v. 66 (“che sarà di questo bambino”) prepara il lettore ai racconti successivi. E’ un espediente stilistico di Lc, cui ricorre anche per far riflettere il discepolo (cf. 2,19.59).

Vv. 66-67.  “La mano del Signore stava con lui”. Ovvero, lo proteggeva: espressione biblica (1Cr 4,10; At 11,21). Come il Magnificat, questo cantico è un brano poetico che Lc ha messo sulle labbra di Zaccaria, aggiungendo i vv. 76-77 per adattarlo alla situazione. Zaccaria “profetò”: la profezia è l’attività dello Spirito nella mente e nella vita dei servi di Dio; equivale a renderli portatori della Parola di Dio. Zaccaria, ispirato dallo Spirito Santo, profetizzerà, ossia loderà Dio, con parole suggerite dallo stesso Dio. L’effusione dello Spirito Santo come segno dell’era messianica fa sì che anche Zaccaria diventi un profeta.

Vv. 68-75. Come il Magnificat, l’inno di Zaccaria è pieno di allusioni all’AT. Potremmo affermare che è un vero tessuto di citazioni profetiche e salmiche. In questo modo, Lc ci da la chiave di interpretazione dell’inno, in cui vengono esplicitate certe costanti della “economia” e della “pedagogia” di Dio. La visita di Dio nel NT, come spesso nell’AT (Es 3,16), si intende in senso favorevole (cf. 1,78; 7,16; 19,44; 1Pt 2,12). La parola “Benedetto” (ebr. Baruk) si trova aal’inizio di molti inni di lode (Sal 34,2; 67,2;103,1; 113,2; ect.). L’inno loda il “Signore Dio di Israele” per tutte le sue azioni nell’opera della salvezza. “Visitare” è un concetto biblico frequente, che può essere applicato sia la favore che al castigo (Es 3,16; 4,31; Lv 18,25; Is 10,12; 23,17). In virtù del contesto, qui si tratta di una visita salvifica di Dio. “Ha suscitato per noi una salvezza potente”( alla lettera: “un corno di salvezza”). Nella cultura semitica il corno è simbolo di forza (cf. 1Sam 2,1; Sal 18,2; 75,5; Zc 2,1-4; Dn 7; Ap 13). Luca cita in varie occasioni i “padri” (del popolo di Israele) e li colloca nel “paradiso” celeste (13,28; 16,23; Gv 8,56). Qui la menzione della “santa alleanza” e del “giuramento fatto ad Abramo” parla del compimento delle promesse e delle speranze messianiche (cf. Gn 12,1-3; 15,17; 22, 15-18). “Liberare dalle meni dei nemici, di servirlo…”: questa frase parla di una liberazione che implica la dedizione ad un servizio liturgico nuovo, portato avanti con la libertà dei figli di Dio. “Tutti i nostri giorni”: i testi liturgici, ed in modo particolare gli inni di lode, proclamano la presenza della salvezza come una realtà attuale, che preannuncia e anticipa in qualche modo la sua piena realizzazione nel futuro.

Vv. 76-79.  La seconda parte del Benedictus descrive poeticamente il compimento delle promesse fatte ai padri attraverso l’azione profetica di Giovanni il Battista. Giovanni “camminerà innanzi al Signore con lo spirito e la forza di Elia” (1,17), dal momento che, in base a quanto pensavano i rabbini, il ritorno di questo profeta avrebbe indicato l’arrivo del tempo finale, come annunciava Mal 3,1.23-24 (cf Is 40,3; Lc 3,4s; At 2,38; 5,31; 10,43; 13,38; 26,18).

“Il sole che sorge dall’alto” era un modo per chiamare il Messia (“sole” o “stella” nei LXX; Ger 23,5; Zc 3,8; 6,12; Num 24,17; Mal 3,20; Is 60,1). Il riferimento alle “tenebre” e all’”ombra della morte” combina Is 9,1-2 e 42,7 (cf.LXX). Quando le tenebre del peccato saranno più dense, tutti comprenderanno che Dio è l’unico salvatore.

V. 80. Luca chiude la scena con una conclusione simile a quella di 2,39-40.51-52 (i due sommari che parlano dell’infanzia di Gesù). E’ una specie di ritornello. “In regioni deserte”: a motivo di alcune somiglianze esistenti tra la predicazione di Giovanni il Battista e la dottrina della comunità di Qumran, si è pensato che Giovanni, ancora molto giovane,  sia stato affidato a quella comunità.

Riassumendo possiamo osservare che: a) I racconti dell’infanzia insistono sull’ammirazione che producono le manifestazioni del divino: in Zaccaria, in Elisabetta, in Maria e negli abitanti delle montagne di Giuda. b) Il Benedictus invita al ringraziamento e alla speranza: Dio ha fatto sorgere tra noi la sua “forza salvifica” che è Gesù. c) L’inno di Zaccaria esprime elegantemente la finalità della libertà cristiana: “Servirlo senza timore in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni”. Su queste parole si può costruire un vero progetto di vita.                        

 


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A cura di don Alessio De Stefano: collaboratore di www.laparrocchia.it