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V Domenica del Tempo Ordinario 09.02.2014

Il sale e la luce: radici di vero futuro
A cura di padre Ermes Ronchi


Dio è luce: una delle più belle definizio­ni di Dio (1 Gio­vanni 1,5). Ma il Vangelo oggi rilancia: anche voi sie­te luce. Una delle più belle definizioni dell'uomo.
E non dice: voi dovete es­sere, sforzatevi di diventa­re, ma voi siete già luce. La luce non è un dovere ma il frutto naturale in chi ha re­spirato Dio. La Parola mi assicura che in qualche modo misterioso e grande, grande ed emozionante, noi tutti, con Dio in cuore, siamo luce da luce, pro­prio come proclamiamo di Gesù nella professione di fede: Dio da Dio, luce da luce.
Io non sono né luce né sa­le, lo so bene, per lunga e­sperienza. Eppure il Van­gelo parla di me a me, e di­ce: Non fermarti alla su­perficie, al ruvido dell'ar­gilla, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore; là, al centro di te, tro­verai una lucerna accesa, u­na manciata di sale. Per pura grazia. Non un vanto, ma una responsabilità.
Voi siete la luce, non io o tu, ma voi. Quando un io e un tu s'incontrano generando un noi, quando due sulla terra si amano, nel noi del­la famiglia dove ci si vuol bene, nella comunità ac­cogliente, nel gruppo soli­dale è conservato senso e sale del vivere.
Come mettere la lampada sul candelabro? Isaia sug­gerisce: Spezza il tuo pane, introduci in casa lo stra­niero, vesti chi è nudo, non distogliere gli occhi dalla tua gente... Allora la tua lu­ce sorgerà come l'aurora (I­saia 58,10). Tutto un incal­zare di azioni: non restare curvo sulle tue storie e sul­le tue sconfitte, ma occu­pati della città e della tua gente, illumina altri e ti il­luminerai, guarisci altri e guarirà la tua vita.
Voi siete il sale, «che ascen­de dalla massa del mare ri­spondendo al luminoso appello del sole. Allo stes­so modo il discepolo a­scende, rispondendo al­l'attrazione dell'infinita lu­ce divina» ( Vannucci). Ma poi discende sulla mensa, perché se resta chiuso in sé non serve a niente: deve sciogliersi nel cibo, deve donarsi.
Il sale dà sapore: Io non ho voluto sapere nient'altro che Cristo crocifisso (1 Corinzi 2 ,1 -5 ). «Sapere» è mol­to più che «conoscere»: è a­vere il sapore di Cristo. E accade quando Cristo, co­me sale, è disciolto dentro di me; quando, come pane, penetra in tutte le fibre del­la vita e diventa mia paro­la, mio gesto, mio cuore.
Il sale conserva. Gesù non dice «voi siete il miele del mondo», un generico buonismo che rende tutto ac­cettabile, ma il sale, qual­cosa che è una forza, un istinto di vita che penetra le scelte, si oppone al degra­do delle cose, e rilancia ciò che merita futuro.