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Omelia della V domenica di Pasqua 13 maggio 2001 a cura di don Franco Gimigliano
Mi chiedevo, l’altra domenica, se siamo veramente convinti di essere pecore del Signore. La domanda sorgeva dalle parole di Gesù Buon Pastore: << le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono >> (Gv 10,27). E aggiungevo, chiedendolo anche alle comunità parrocchiali, se è il caso di preoccuparci solo delle “ pecore smarrite “ o non anche delle novantanove pecore che non sono andate via dall’ovile, ma ché, ahimè, sono divise tra loro, in disaccordo e non si amano affatto! Questa domenica il Signore ci ribadisce il suo comandamento nuovo: <<… che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri >> (Gv 13,34). Ciascuno di noi, proprio perché cristiano, deve coltivare un desiderio forte, che non deve arrendersi di fronte alle difficoltà; e cioè che la comunità parrocchiale a cui appartiene, possa raggiungere questo amore che vuole Gesù. Ma perché ciò avvenga è necessario l’impegno di ciascuno di noi … anche il tuo! Come sarebbe bello poter vedere le nostre comunità trasformarsi in autentiche famiglie, dove ognuno si sente a casa sua; dove se uno sbaglia è perdonato; dove se c’è un'incomprensione si preferisce discuterne con rispetto e rappacificarsi subito, senza polemiche. Come sarebbe bello e utile se, anziché criticare, si dicessero le cose come stanno, apertamente, ascoltando le ragioni dell’altro e pregarci sopra per prendere una decisione che sia a vantaggio di tutti. Come sarebbe autentica una comunità dove si preferisce essere messi da parte pur di far trionfare il Signore Gesù; dove ogni servizio è fatto nell’umiltà e nell’amore del prossimo e non per apparire. Noi, pastori indegni delle anime vostre ( e come noi, ogni cristiano di buona volontà) restiamo delusi quando i frutti che si raccolgono da omelie, catechesi e ritiri, non sono altro che egoismo, vanagloria, bisogno di primeggiare sugli altri, invidie, gelosie e risentimenti. Predichiamo l’amore, ed ecco le divisioni; ci sforziamo di dare l’esempio con la nostra vita, ed ecco i rancori e le accuse reciproche. << Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni gli altri >> ( Gv 13, 35). Ci teniamo tanto ai “distintivi” che gli altri devono vedere a tutti i costi. Alle feste patronali vogliamo che i fuochi d’artificio siano i più spettacolari e che le nostre liturgie siano le più ricche. Ci teniamo ai matrimoni e funerali pomposi. Ci fregiamo dei “distintivi” di questa o quella associazione e si portano gli stendardi di questo o di quel movimento alle processioni. Ma non c’è altro distintivo per un cristiano che l’amore. << Vi do un comandamento nuovo…>> (Gv 13,34) dice il Signore. Invero, il comando di amarci gli uni gli altri, non è del tutto nuovo nella Bibbia. Nell’AT il Signore già invitava il popolo d’Israele, a più riprese, ad amare il povero ed il forestiero, la vedova e l’orfano ed a fare del bene a tutti (cf. Lv 19,10; Dt 24,19-22). Ma il comandamento di Gesù è “nuovo”, perché Egli ci da, come misura di questo amore, Se stesso: << Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine >> (Gv 13,1). Un amore, dunque, che si dona sino alla morte e che è capace di spezzare persino le barriere della morte. |
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