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Omelia della VI domenica di Pasqua 20 maggio 2001 a cura di don Giovanni Maurello
Alla ricerca della volontà di Dio…Ho provato ad accostarmi con grande trepidazione alla Parola di Dio di questa VI Domenica di Pasqua ed ho scelto di circoscrivere la meditazione dentro un filo dominante – che è comune alla nostra esperienza di fede -: cosa Dio chiede agli uomini che hanno celebrato la sua Pasqua di resurrezione? E’ una domanda, apparentemente semplice, ma che, al contrario, racchiude un desiderio intenso nel cuore di ciascuno di noi: qual è la volontà di Dio? Cosa il Signore ci chiede ogni giorno? Quali sentieri, sicuramente fedeli, sono strade certe per seguire il Signore? Se vogliamo, potremmo anche sintetizzare queste domande in una sola: qual è la sintesi del cristianesimo?
La Parola di Dio ci orienta a camminare su certi binari che
raccogliere dentro tre quadri di riferimento che ci aiutano ad entrare nel
mistero del cuore di Dio. Quella Gerusalemme da contemplare…Risuonano intensamente, dentro di noi, le parole del Papa nella Novo Millennio Ineunte, dove veniamo invitati a fare della contemplazione lo stile quotidiano di chi ha ricevuto il dono della fede. E’ uno stupore unico e straordinario, fatto di occhi grandi ed entusiasmi radicati: il cristiano del Terzo Millennio non può che contemplare la Gerusalemme celeste. Essa è figura di una città che è nelle mani di Dio – anzi, Dio ne è il suo tempio - e la cui lampada è l’Agnello, il Signore Gesù, vittorioso e potente. E’ difficile, oggi, contemplare. Anzi i nostri occhi fissano ben altro e non riescono a proiettarsi sulle “opere” di Dio. Si può vivere nel mondo in due modi: o si decide di guardare con gli occhi degli uomini (e si vedranno, allora, le città distrutte, il male che dilaga, l’angoscia che si diffonde, la tristezza che si espande) o si decide di guardare con gli occhi di Dio (e si vedranno effetti e luci diverse). Ecco, allora, la vita nuova di chi crede oggi: non c’è spazio per la disperazione e per il pessimismo. Dobbiamo semplicemente guardare con gli occhi di Dio e ci accorgeremo che la città degli uomini” è una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino”. Se impareremo a guardare la storia con gli occhi di Dio, eviteremo ogni turbamento e ci convinceremo che la storia, il mondo, ogni cosa, è nelle mani di un Dio vittorioso il cui desiderio è “tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. S. Agostino commenterebbe: “La Chiesa cammina tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”.
Ama e fa’ quello che vuoi…Il mondo ebraico esprime il concetto dell’amore con un monosillabo ah’b con cui esprime un moto intenso di passione, di coinvolgimento e di interiorità, quasi a voler affermare che l’amore nasce dentro, va posto dentro e non può che essere vissuto interiormente. “Se uno mi ama”, dice il Signore, forse vorrà significare non l’ostentato e formale amore che siamo soliti dichiarare, ma sicuramente il gioco interiore dell’affetto, della fiducia e dell’affidamento. Il cristiano è uno che ama “dentro” e solo questo auspicabile coinvolgimento interiore rende possibile una consapevolezza maggiore: è questa la premessa della testimonianza. Oggi – lo ha ricordato il Papa anche nel suo saluto ai Vescovi italiani – in Italia, pur professandoci credenti, si vive “come se Dio non esistesse”. Proviamo a tradurre questa espressione! Si vuole, forse, dire che non amiamo il Signore? Si vuole, forse, sottolineare che la fede è qualcosa da ricomprendere? Si vuole, infine, auspicare che la nostra adesione al Signore diventi migliore e meno superficiale? Beh, ognuno provi ad integrare queste domande con le proprie. Ciò che a noi preme sottolineare è la consegna di questo invito di Gesù: solo nel cuore di chi ama, il Padre e il Figlio prenderanno dimora presso di lui. Non si avrà bisogno di niente se non dell’amore. E se ci sarà l’amore si potrà essere capaci di vivere nella libertà e nella verità, perché è l’amore la “cosa più grande”. Non ci si preoccuperà della circoncisione, né della Legge di Mosè. Eviteremo ogni formalismo e ogni ritualismo vuoto – ed oggi così diffuso -, perché crederemo che “per la grazia del Signore Gesù siamo salvati”. Non ci ergeremmo a giudici degli altri, ma li ameremmo come ha amato il Signore Gesù; non ci chiuderemmo in un mondo isosalato, ma impareremmo a capire che Dio vuole salvi tutti gli uomini; non costruiremmo un “chiesa nella Chiesa”, ma ci convinceremmo di camminare insieme, nell’unità, in comunione sincera e vera con gli Apostoli che ci sono mandati. E’, questa, la Chiesa cattolica, quella di cui ci parla la prima Lettura, che fa di tutto per ancorarsi allo spirito del Vangelo e, parimenti, non si dimentica che l’unità – teologica, sacramentale, spirituale – fa parte anche dell’amore. La certezza di
una presenza…
Le parole di Gesù confortano il nostro cammino. Ci aiutano a tuffarci nell’avventura dell’amore e nella fatica della missione con la consapevolezza che “ogni cosa” ci verrà insegnata. Ecco perché la Chiesa è “carismatica”, senza enfatizzazioni o intimismi di sorta. C’è il Consolatore, che ci ricorderà “tutto ciò che Gesù ci ha detto”. Sarebbe uno sfoggio inutile se vi raccontassi tutte le occasioni quotidiane dove l’assistenza del Consolatore è palpabile e intuibile. Ognuno dovrebbe fare questo discernimento per la sua vita quotidiana. E se lo Spirito del Signore è presente in noi, ci accorgeremmo che la “pace” sarà con noi: saremo sereni, vivremo nella gioia della fraternità, non avremo paura di dire la nostra, ci tufferemo nel mondo con gli occhi di Dio, ameremo la Chiesa, serviremo il mondo senza alcun contraccambio se non quello della certezza di incontrare “il Padre”. Il
Signore è con noi. Che entusiasmo interiore quando, nella liturgia della
Chiesa, si inizia e si finisce con questo saluto! Ecco le prospettive della Chiesa. Ecco le certezze che siamo chiamati a consolidare. Ecco la fede che “salverà il mondo”. Ecco l’invito che la Parola del Signore rivolge a ciascuno di noi perché ogni uomo, incontrandoci, lo ami, ami tutti e tutto e aneli alla Gerusalemme della gioia. |
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