XVIII del Tempo Ordinario - C

 

05 agosto 2001

 

a cura di don Joseph Venson

Oltre i beni terreni ... 

Fratelli nella Fede,
La domanda di un tale, preoccupato dell'eredità, offre al Signore un'ottima occasione per un insegnamento molto importante sull'uso delle ricchezze. Egli non rifiuta una risposta a chi gli chiede di intervenire nei contrasti che ha con il fratello maggiore sulla spartizione dell'eredità, solo evita di farlo nel modo richiesto.

Molte nostre preghiere hanno qualcosa in comune con la richiesta che abbiamo trovato nel Vangelo. "Maestro, prova a intervenire presso mio fratello perché mi ceda quello che mi è dovuto". Perché Gesù non interviene? Gesù non vuole essere giudice, ma salvatore. La sua preoccupazione è diversa, è quella di salvare non l'uno piuttosto che l'altro, ma tutt'e due, sia l'offeso che l'offensore.

La prima cosa che dobbiamo imparare da questa parabola è che la vita non dipende dai beni che uno possiede. L'uomo dipinto da Gesù è uno che pensa solo a se stesso, che si vede al centro di tutto e di tutti, che pensa alla vita come a qualcosa che dev'essere vissuta in proprio e nella pazza gioia. Si dice: "Anima mia, riposati, mangia, bevi e datti alla gioia" è il suo programma. Per un uomo così, gli altri non esistono. Si bea di quello che ha e organizza la sua vita sul personale godimento, non pensa ad altro. Si dimentica che un giorno tutto finirà. Ebbene, Dio, nella sua bontà, glielo ricorda e lo aiuta a riflettere: "Stolto! Morirai questa stessa notte, e quello che hai preparato, di chi sarà?". L'unica cosa che serve non è essere ricco qui sulla terra, ma essere ricco davanti a Dio.

Dove gli affetti, le amicizie, le gioie semplici? C'è solo un "io" egoista e un granaio colmo. C'è un'esistenza ridotta a granaio. La morte che sopraggiungerà durante la notte non farà che portare a compimento una condizione di morte già in atto, legata all'avarizia del personaggio. L'avarizia è morte: questo vuole dirci Gesù. Come si esce da questo stato di morte? "Vanità delle vanità, tutto è vanità" ci ammonisce Qoélet nella prima lettura. Tu ti affanni, non conosci riposo né di giorno né di notte, cerchi di accumulare sempre più: ma per che cosa, poi? Per lasciare tutto, al momento della morte, nelle mani altrui, forse nelle mani di uno che non ha conosciuto mai la fatica e neanche ti vorrà ringraziare. Stolto dice la parabola.

Non sono le cose - fa capire Gesù - che danno valore all'esistenza, ma è la vita eterna che dà valore a tutto. Perciò, raccomanda il Signore, arricchitevi davanti a Dio non delle cose che periscono ma delle cose chi vi danno la vita eterna, cioè diventate ricchi di misericordia, di giustizia, di carità e di amore. E S. Paolo a sua volta commenta "Cercate le cose di lassù" e sarete felici per eternità.

Sia lodato Gesù Cristo.

 

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