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Omelia
della XXVI domenica del Tempo Ordinario
30
settembre 2001
a
cura di don Giovanni Maurello
L'odierna
Liturgia della Parola, che la Chiesa ci invita ad ascoltare e ad accogliere,
merita un'attenzione notevole non solo per gustare il suo contenuto, ma
anche per accorgersi di particolari inediti. C'è un vocabolario
intenso e duro (Guai agli spensierati...; Fuggi... e combatti; Se non
ascoltano... neanche se...), e alcuni giochi interiori, spirituali o intellettuali
che siano, assumono l'invito a grosse verifiche oggi come sempre particolarmente
urgenti.
Il Cristianesimo non è moralismo o un'enunciazione fredda e formale
di stili o idee o atteggiamenti. E' qualcosa (!) di molto più intenso:
anzi, è 'qualcuno' di molto più vivo rispetto ad un 'vestito
di porpora'.
Credo che la chiave interpretativa della Parola di questa XXVI Domenica
possa essere racchiusa in una sola indicazione: imparare a vivere! E per
noi, uomini della Parola - che siamo invitati a cibarci quotidianamente
di Colui che di sé ha affermato essere "la Vita" (Gv
14,6) -, di conseguenza imparare a vivere vorrà dire chiederci
chi è la vita.
E' quanto cerca di dire Gesù ai farisei, formali e ipocriti osservatori
delle cose di Dio, o quanto dice il profeta Amos agli spensierati di Sion,
sazi naviganti tra agnelli e vitelli ben pasciuti.
In cammino per la strada di Gerusalemme, a coloro che presumevano di avere
in mano i segreti dell'esistenza umana, Gesù indirizza, semplicemente
e con fine intelligenza, una parabola stravolgente che mette a nudo, allora
come oggi, mille nostre povertà e, forse, altrettante dimenticanze.
Colui che sa vivere è, innanzitutto, uno che non dimentica: "Figlio,
ricordati...", così inizia la risposta di Abramo all'uomo
"ricco" (plusios: è un termine che indica l'uomo sazio,
già contento o appagato, che vive senza desideri di novità
o di pienezza).
In questi giorni così drammatici, ma, comunque, "provvidenziali"
- nessuno si scandalizzi, mio Dio!, - abbiamo assistito ad un gioco poliedrico
di atteggiamenti e di affermazioni: ci sono apparse davanti agli occhi
scene di ricchezza e di povertà, di sazietà e di desideri
inappagati. Da un lato, abbiamo fatto un po' i moralisti e, dall'altro,
ci siamo dimenticati come si vive e quali dovrebbero essere gli atteggiamenti
dell'uomo credente di fronte all'inverosimile o all'inaspettabile.
Quanto è difficile vivere! E non solo cristianamente! Figuriamoci,
poi, di questi tempi, dove la sazietà va di moda ma non per tutti
e l'opulenza dilaga nei cuori - ahimè, occorre dirlo - anche di
noi cristiani.
La parola di Dio di oggi ci invita a non dimenticare alcune fondamentali
verità su cui è bene concederci spazi particolari e tempi
intensi per delle necessarie verifiche.
1. Il primato dell'ascolto.
Se vogliamo imparare a vivere, dobbiamo imparare ad ascoltare. C'è
un mondo di voci intense e di grida forti che si affermano dentro e fuori
di noi. S. Agostino amava dire: "In interiore hominis habitat Deus",
mentre un Salmo proclama che "della grazia del Signore è piena
la terra" (Sal 33,5). Tutto ci parla di Dio!
Occorre impegnarci ad ascoltare con grande disponibilità e prontezza.
E', per la verità, che siamo distratti e attratti contemporaneamente.
Ascoltiamo rumori assordanti e chiacchiere devianti, senza accorgerci
che corriamo il rischio di perdere la vita.
"Se non ascoltano...", ci ricorda il Vangelo oggi. Dobbiamo
imparare ad ascoltare sapientemente e a fissare la nostra attenzione su
ciò che vale. In fondo l'uomo ricco sembra che ascolti solo suoni
materiali di cose effimere e non si accorge che c'è qualcuno dentro
e c'è qualcuno accanto... ed ascolta solo quando è troppo
tardi. La sapienza agostiniana immediatamente ci ricorderebbe: "Temo
che il Signore passi e... io non me ne accorga".
2. Uno stile di
vita. Fa riflettere la seconda Colletta di oggi. Essa ci fa chiedere
al Signore di "porre fine all'orgia degli spensierati". Il termine
ci ricorda un gioco depravato di passioni e ci rimanda, per la necessaria
verifica, alle ansie esagerate che noi manifestiamo nelle scelte quotidiane
della nostra vita.
L'uomo che si incammina verso Gerusalemme è l'uomo che sa che su
niente può poggiare la sua vita e da niente può aspettarsi
sazietà e gratificazione: né dalla ricchezza di "larghe
coppe" né da una povertà che può sempre sfociare
in un senso di autocommiserazione.
La vita è entusiasmo di creatività per ricercare bontà
e regalare condivisione. Tra l'uomo ricco e il povero Lazzaro le provocazioni
sono tante: chi si sente sazio e chi è bramoso di sfamarsi delle
briciole di una povera esistenza; chi si ferma e chi cerca; chi banchetta
e chi semplicemente mangia; chi si consola e chi si preoccupa.
La parola di Gesù credo voglia insegnarci che la vita è
una 'logica continuazione' di quello che si è dentro, ben consapevoli
che ognuno raccoglierà, interiormente - e non solo! -, i frutti
buoni di una vita dai desideri buoni.
Come sarebbe bello verificare, oggi, la dinamiche dei nostri desideri
e/o delle nostre scelte. E come sarebbe ancora più "beatificante"
accorgerci che, nel cuore di chi vuole seguire Gesù, ciò
che più conta è l'anelito alla vera ricchezza.
Un invito urge: "cerca di raggiungere la vita eterna (1Tm 6,12).
Occorre imparare a mettere ogni cosa al suo posto: il Signore... e non
solo lui!
3. Il vero ricco
è colui che sa condividere. S. Paolo oggi ci ricorda: "Tendi
alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla
pazienza, alla mitezza".
L'invito è chiaro ed esigente: occorre condividere quello che il
Signore ci ha dato.
Niente è nostro merito e niente è una nostra bravura! Il
Cristianesimo è l'annuncio di una verità grande sull'uomo:
siamo dei "graziati", cioè siamo riempiti di cose dal
Cielo e siamo invitati a saperle condividere.
Il nostro è un tempo dagli interessi ristretti e dalle generosità
calcolate. Dentro e fuori della Chiesa. Parliamo a noi e di noi, con il
desiderio e la preghiera di optare per la conversione. Del mondo conosciamo
il pensiero e con pudore e rispetto ci inoltriamo a parlarne. Ma di noi
e per noi è necessario dire qualcosa. Siamo chiamati a condividere.
L'Abbé Pierre, in giro per Parigi, amava dire e gridare, profeticamente:
"Il faut partager" (Bisogna condividere). Senza condivisione
non c'è vita cristiana e, credo, senza condivisione non c'è
persona che possa dirsi uomo: anche qui "l'abisso è grande".
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