Omelia della XXVIII domenica del Tempo Ordinario

 

14 ottobre 2001

 

a cura di don Francesco Diodati

 

"Grati al Signore"


Un'antica fiaba persiana racconta di un uomo che aveva un unico pensiero: possedere oro, tutto l'oro possibile.
Era un pensiero vorace che gli divorava il cervello e il cuore. Non riusciva così ad avere nessun altro desiderio per altre cose che non fosse oro.
Quando passava davanti alle vetrine della sua città , vedeva solo quelle degli orefici. Non si accorgeva di tante altre cose meravigliose.
Non si accorgeva delle persone, non badava al cielo azzurro o al profumo dei fiori.
Un giorno non seppe resistere: entrò di corsa in una gioelleria e cominciò ariempirsi le tasche di bracciali d'oro, anelli o spille.
Naturalmente, mentre usciva dal negozio, fu arrestato. I gendarmi gli dissero:<<Ma come potevi credere di farla franca? Il negozio era pieno di gente>>.
<<Davvero?>>, fece l'uomo stupito. <<Non me ne sono accorto. Io vedevo solo l'oro>>.

Tante volte, forse anche noi vediamo solo "l'oro" del nostro egoismo, dei nostri interessi, del nostro io e non sappiamo vedere oltre. Vedere Dio che cura e guarisce la lebbra del nostro peccato, del nostro male, ci dona la salvezza e quindi ringraziarlo.

Nella prima e terza lettura, si parla di lebbrosi, lebbrosi guariti. La lebbra è immagine di una nostra situazione di limite, di insufficienza, anzi di malattia morale, e quindi di un bisogno di salvezza.

Tre, almeno, sono i bisogni dell'uomo che da solo non può accontentare: il senso della propria vita o anche la chiarezza sulla sua identità; una speranza per il futuro e qualcosa di sicuro circa la morte e l'aldilà; il bisogno di essere amato e capito, e più profondamente di essere perdonato.
Questi sono i nostri bisogni, e quindi la nostra lebbra da cui dobbiamo essere liberati.

A liberarci e guarirci ci pensa Gesù che non si tira indietro alle richieste di guarigione.
L'amore che salva non conosce preferenze, esclusioni, preclusioni.
Tale amore non può conoscere prezzo: il profeta Eliseo non accetta nessun "regalo" da Naaman, ma solo la sua gratitudine a Dio, riconosciuto come Unico.
Per la maggior parte dei lebbrosi guariti, Gesù manifesta il suo rammarico: "Non sono stati guariti tutti e dieci?".

Gesù esige la gratitudine dei guariti: lo sottolinea sia chiedendo conto ai nove assenti ("E gli altri nove dove sono?"), sia lodando il ritorno dello straniero, probabilmente l'unico straniero,
che rende gloria a Dio. Solo con la gratitudine l'uomo può corrispondere alla gratuità dell'amore di Cristo.

La nostra eccessiva "abitudine" al sacro, può abbassare il livello di gratitudine per ogni segno dell'amore gratuito di Dio. Lo straniero, il samaritano, che non aveva ancora conosciuto le sorprese del Maestro, recepisce subito con gioia la bellezza del dono.

La gratitudine, in Naaman come nel samaritano, rivela il germe della fede, sufficiente per meritare un ulteriore segno di salvezza, anzi quello decisivo, che riporta la creatura al recupero integrale del suo "star bene": <<..la tua fede ti ha salvato>>.
Bisogna presupporre, a questo punto, che gli altri nove lebbrosi siano stati guariti ma che non si siano lasciati salvare. Il nostro bisogno di Dio non può, dunque, ridursi a "piegare" Dio ai nostri bisogni, ma ad aprire la nostra esistenza al suo Mistero: questa è salvezza!

Il brano evangelico ci indica che dobbiamo ringraziare il Signore per i suoi benefici. Ma prima ancora contiene un insegnamento sul perché del ringraziamento. Bisogna ringraziare e glorificare Dio perché è un Dio che si prende cura dell'uomo ed è impegnato a porre fine ad ogni forma di emarginazione e malattia.

Cerchiamo di non farci abbagliare "dall'oro" del nostro egoismo, dei nostri interessi, per poter vedere la presenza di Dio che ci concede tanti benefici e quindi ringraziarlo dal profondo del nostro cuore.

 

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