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Omelia
della XXX domenica del Tempo Ordinario
28 ottobre 2001
a cura di don Alessio De Stefano Nell'approssimarsi della solennità di Cristo Re dell'universo, la liturgia della parola ci offre i criteri importanti e necessari per vivere sempre meglio la vita cristiana e sintonizzarla con i tempi liturgici che si apprestano a venire. Criterio
fondamentale ed inequivocabile, sia per gli ebrei, sia per i cristiani,
è la preghiera. Domenica scorsa abbiamo meditato sulla perseveranza
e la necessità di pregare, ora siamo chiamati a riflettere sugli
sviluppi di questa necessità. Una seconda riflessione la possiamo individuare sul come si prega. L'esempio addotto da Gesù diventa emblematico per la nostra preghiera personale. E' da rifiutare ogni meccanicismo o routine; spesso possiamo incorrere nel rischio, che per quello che faccio, Dio mi deve dare obbligatoriamente qualcosa. Gesù, invece, ci vuole insegnare che momento fondamentale della preghiera non è quello che ho fatto o faccio, ma la presa di coscienza che siamo creature chiamate a vivere in relazione continua con il Creatore fonte di vita. Il pubblicano assume questa posizione, per lui non è necessario elencare i peccati (fonte di vergogna e condanna), infatti capisce che nel tempio del Signore non deve nascondersi, ma aprire il cuore alla misericordia del Padre, perché Dio perdona solo chi è in grado di dire non ciò che ha fatto, ma quello che uno è. Quello che salva non sono i meriti, ma le virtù. Il pubblicano viene salvato perché testimonia una fede viva nella paternità misericordiosa di Dio, unica sorgente di felicità nella quale l’uomo riscopre la propria dignità di persona capace di rialzarsi anche dopo le cadute che la vita quotidianamente ci riserva.
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