Omelia della XX domenica del Tempo Ordinario

 

19 agosto 2001

 

a cura di don Giovanni Maurello

 

In vacanza non solo per prendere il sole ...

La liturgia della Parola di questa XX Domenica del Tempo Ordinario ci manda, paradossalmente, in vacanza, non certamente per prendere il sole, ma piuttosto per farci infuocare dalle forti provocazioni che essa contiene.
Ci introduce alla sua comprensione la stessa Colletta, là dove chiediamo al Signore che ciascun uomo "non ripeta il rifiuto della verità e della grazia".
E credo che intorno a questa chiave di lettura possiamo operare un tentativo di commento.
E' una parola esigente, come sempre d'altronde, che manda in tilt ogni nostro schema religioso e ogni nostro stile di sequela o di adesione al Signore Gesù.
C'è sempre un'opportunità, quotidianamente possibile e interiormente sottile, che è quella di accogliere il Signore ma di rifiutare le esigenze della sequela di Lui e di contrapporre al suo stile di vita un modo "troppo nostro" di vivere sulla terra "tra le persecuzioni del mondo".
C'è da fare discernimento e, soprattutto, c'è da decidersi di verificarsi. Teresa d'Avila amava dire che "chi fa bene il proprio esame di coscienza è già a metà dell'opera…".!
Cosa non dovremmo mai rifiutare?

1. Non rifiutare di parlare di Dio. E' come se la parola, oggi, ci invitasse a non stare mai zitti. Occorre continuamente parlare di Dio, offrire la sua verità, in un mondo che sembra voler ascoltare altro. I disinganni sono tanti e i falsi giudizi imperano: c'è sempre il rischio di essere fraintesi o di essere accusati di parlare non "per il benessere del popolo". La storia di Geremia è la storia di sempre: non è un certo contenuto che spaventa l'uomo, ma è la logica divina che sembra essere oggi particolarmente rifiutata. Fa sempre un certo effetto sapere che Dio ci ha salvati per mezzo della Croce, volontariamente assunta dal nostro maestro Gesù, e parimenti incute sempre un certa perplessità quando ci si accorge che più ci si conforma alla logica del vangelo e più "le cisterne" sembrano aumentare. Cosa vuol dire, oggi, nel Terzo Millennio, essere profeti? In questi giorni me lo hanno ricordato alcuni giovani con cui abbiamo vissuto un'esperienza di Campo-Scuola: erano tanti ad affermare non solo la difficoltà di parlare di Gesù, ma anche l'indifferenza della gente e le relative "condanne sociali" cui si viene sottoposti. C'è proprio bisogno di fare una scelta!!!

2. Non rifiutare di tenere fisso lo sguardo su Gesù. L'autore delle Lettera agli Ebrei immagina la vita come una grande corsa. Tutti ti osservano, da un lato, pronti ad applaudire alla tua audacia e alla tua fedeltà o, dall'altro, pronti a sottolineare le tue incongruenze o le tue fedeltà. Occorre imparare a vivere con grande libertà, sapendo cosa e, soprattutto, chi guardare per deciderci a scegliere. Il Papa chiamerebbe questo esercizio "contemplazione del volto di Cristo". Credo che la fatica della fedeltà sia proprio questo nostro vezzo di voler guardare tutto perché tutto può essere utile e necessario. Nella nostra società dell'immagine, poi, questa convinzione è difficile da smontare: pubblicità e offerte promozionale distolgono e disturbano i nostri sensi!!! Occorre saper guardare Gesù e il mistero della sua Croce e occorre voler guardare Gesù, tenacemente, quasi una corsa intensa e veloce a che nessuno possa distoglierci. Il Regno di Dio è, innanzitutto, un gioco di interiorità, quasi una dinamica interiore di scelte, di desideri, di tensioni, di impegni, di proiezioni. E' la corsa più difficile! Ma, quella, più vera! Ripartire da Cristo è un invito a rinsaldare la spiritualità; tenere lo sguardo su di Lui è lasciarsi abbeverare continuamente da una sorgente di vita, di forza e di saggezza; resistere fino al sangue è invito perentoria a non distaccarci dalla contemplazione del Crocifisso. "Venite e vedrete", disse un giorno Gesù a quei primi uomini che vollero seguirlo. E allora, decidiamo di guardarlo!!!

3. Non rifiutare di accogliere il fuoco. Ci sorprendono le parole di Gesù. Per certi versi sembrano anche un'esagerazione. Ma occorre essere degli attenti interpretatori. Cosa sarà mai questo "fuoco" che è venuto a portare? Quale "divisione" è necessario che contribuiamo ad operare nella nostra vita e nel nostro cuore? Gesù fa capire che, grazia alla sua passione, il mondo sarà riempito di una forza (fuoco) straordinaria che aiuterà gli uomini ad essere i collaboratori del Regno di Dio e, nello stesso tempo, ci aiuta a comprendere che l'accoglienza di questo fuoco è così intensa e delicata che necessita di un grande lavorio interiore, fatto di scelte chiare, di affetti continuamente da purificare e di obiettivi quotidianamente da verificare. S. Benedetto commenterebbe dicendo di "non anteporre nulla all'amore del Signore". E' proprio questa la "divisione" che ci appassiona ogni giorno: occorre educarci a non essere divisi tra le nostre scelte e i nostri compromessi. Quanto è difficile essere fedeli (che non vuol dire essere radicali o essere rigidi). Mi fanno ridere coloro che confondono la fedeltà con un'interpretazione rigida dell'esistenza, quasi a voler dire che l'uomo maturo è l'uomo della diplomazia o della moderazione. Di fronte alla scelta di Gesù, il desiderio vuole e deve essere solo uno: essere accesi totalmente del suo fuoco. E nient'altro.
Non è facile, indubbiamente. Ma non è nemmeno impossibile. Ci siamo affidati al migliore piromane del mondo, che sa accendere un fuoco, senza legna, addirittura nel deserto.
Attenzione, però, al Sole di Ferragosto. Potrebbe accendere una vita vuota, senza entusiasmo, notevolmente divisa.

| Omelia | Letture | Liturgia | Contatti
© 2001 La Parrocchia.it  - Tutti i diritti sono riservati.